Complesso Monastico Domenicano di Santa Maria di Costantinopoli

Il Convento di Santa Maria di Costantinopoli è stato per me, da sempre, un luogo di grande rispetto perché custode delle aspettative di tante generazioni che, affannosamente hanno voluto lasciare tracce di operosità e di cultura.
Il grande amore che ho sempre avuto per questi luoghi ha fatto nascere i primi frutti, forse ancora acerbi, ma sicuramente lodevoli e di grande valenza culturale.

Chiesa Santa Maria di Costantinopoli - affresco

Predisporre un progetto di restauro per un’opera che, per molti, è solamente un vetusto agglomerato di pietre, è cosa abbastanza complessa ma sicuramente fattibile, poiché l’obiettivo principale, ovvero la scelta metodologica, è la fruibilità del bene da parte di tutta la collettività, rimane virtualmente, padrona assoluta.

Il promotore di questa iniziativa non è un’Amministrazione pubblica ma un modesto imprenditore che però conosce a fondo le potenzialità dei beni culturali, grande risorsa, unica e non riproducibile, che supporta qualsiasi iniziativa, comunque sempre indirizzata alla crescita sociale che spesso non è solo crescita economica ma piuttosto un accrescimento del valore intellettivo perché sorretto dalla conoscenza della storia e quindi dalla consapevolezza del nostro valore vero.

L’opportunità che si sta vivendo in tutte le sue parti, con l’impegno e la sensibilità dei progettisti (Arch. Sonia Grande e Arch. Alfredo De Pasquale), è esperienza unica da cui si trarranno le conclusioni nel risultato del gioco delle parti, prima fra tutte quelle istituzionali che spesso non capiscono fino in fondo l’importanza del “fare” rispetto a quella del solo “dire”.

Amato Fierro

 

Un progetto di restauro di una struttura in parte ridotta a rudere offre, per certi versi l’opportunità di fare delle scelte, spesso coraggiose, ma comunque legittime.

La fruibilità del bene rimane l’obiettivo primario senza per questo intaccare i caratteri stilistici, costruttivi e anche il “fascino” del monumento con l’obiettivo precipuo di stimolare nel visitatore sprazzi di curiosità, che puntualmente portano all’approfondimento e al confronto delle diverse epoche.

L’austera Chiesa con i suoi nobili affreschi; il campanile offeso dalle ingiurie del tempo, sostanziano la “canonica” impaginazione planimetrica della pianta e fanno di questo edificio un tipico esempio dell’architettura monastica Domenicana seicentesca.

Le scelte progettuali, sono in corso di disamina c/o la Soprintendenza; esse saranno ancora più rafforzate dal nostro continuo studio sui luoghi al fine di meglio sviluppare quello che sarà il futuro intervento.

Arch. Sonia GRANDE

 

Le potenzialità dei beni culturali sono sotto gli occhi di tutti; le iniziative regionali in ambito P.I.T. con i fondi comunitari e le occasioni di valorizzazioni insite nell’ambito del Testo Unico sui beni culturali oltre che il project financing, sono strumenti che svilupperanno le opportunità di risposta alla sempre maggiore richiesta di “beni culturali” da vivere e non solo da contemplare. Il bene culturale, è quindi da intendere come parte integrante e sostanziale del nostro contesto urbano; quest’ultimo, dopo il miracolo economico del dopoguerra ha partorito solo beceri ampliamenti della città, realizzati con la regola del tecnigrafo, del guadagno e dello sviluppo a tutti i costi anche se questo doveva essere regola di demolizione di antichi apparecchi murari realizzati senza teodoliti da perfetti sotto il profilo architettonico perché nati dalle reali necessità culturali.

Il recupero è l’arte che sublima l’intelligenza del fare, perché crea stretto legame tra il rispetto dell’antico e la consapevolezza del ruolo che il bene stesso offre in silenzio alla futura generazione.

L’opportunità del restauro del convento Domenicano di Olevano sul Tusciano creerà sicuramente un esempio metodologico in ambito progettuale e uno stimolo agli amministratori.

Arch. Alfredo DE PASQUALE

 

Convento Domenicano - colonnato

Descrizione dello stato dei luoghi

L’organismo architettonico del Convento è costituito da un chiostro porticato con colonne e capitelli di fine fattura sormontanti volte a crociera; essi sostengono in ogni lato cinque archi.

Sul lato Est vi è una scalinata che porta al piano superiore dove erano i dormitori, tutti esposti al sole, oltre che vari ambienti e una discreta biblioteca.

Al centro del chiostro, debitamente arricchito da elementi lapidei posti in opera a lastricato, vi è una cisterna; i vari ambienti, sviluppati secondo la regolarità dell’impianto, (vani locali, cucina spaziosa, refettori cantina, trappeto per macinare le olive) scandiscono uno sviluppo classico del tipico nucleo conventuale, in sostanza ancora oggi originario e ben definito nei suoi aspetti planimetrici e funzionali. Il dormitorio è di otto camere, fu ampliato alla fine del 1600.

La posizione meravigliosa in cui si trovano i ruderi è invidiabile.

Da una descrizione della chiesa del 1654, si legge che l’altare principale è dedicato alla Vergine del Rosario, in cornu Epistulae San Giacinto in pittura in "Pariete". Molte altre pitture adornano le pareti laterali con Santi Domenicani, scene evangeliche, “presentazione al Tempio”, “Crocifissione”, al fianco delle quali sono raffigurati profeti e patriarchi.

Le nicchie della navata sono adorne di affreschi di un valido pregio artistico, soprattutto “la Presentazione al Tempio”, i santi domenicani Tommaso e Giacinto; Tommaso con la scritta tra le mani: "Bene dixisti de Me Thomas";

Giacinto con la scritta: "Gaude fili mi Iacinte quia tuae preces exaudiuntur a Filio meo".

Sono visibili immagini del Cristo dai volti solenni ed austeri che nel complesso completano con solennità l’intera chiesa.

La chiesa sarà utilizzata ed in essa si officerà fino al 1915; dopo tale data segue il completo abbandono.

L’ortus si sviluppa su una superficie di circa 7000 metri quadrati.

Esso è costituito da una murata che si sviluppa in una forma significatamente “regolare” ovvero creando un’area pertinenziale a servizio di tutta la facciata sud/ovest del convento.

I vari tratti si sviluppano con porzioni di muro che si risolvono in tante campate individuate da contrafforti rastremati.

L’altezza originaria della murata è ipotizzabile in circa metri 2,80, valore medio, con tratti ancora più alti a seconda dell’orografia del terreno.

L’antico uso dell’area, che è parte integrante e sostanziale del complesso monastico, era quello di ORTUS, ovvero luogo di coltivazione di piante officinali, giardino, oltre che luogo di contemplazione e preghiera.

L’elemento più emblematico della murata è la presenza dell’ambiente “belvedere” che, posto sulle propaggini estreme dello strapiombo, offre una vista incantevole sulla valle sottostante.

maggio 2006

Arch. Sonia GRANDE
Arch. Alfredo DE PASQUALE